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Videor ergo sum

Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? di Johan Harstad: come (e se) vogliamo essere visti

Di Letizia Badioli • 8 dicembre 2020

«Serve una forza di volontà immensa, e fortuna, e abilità per arrivare primi. Ma serve un cuore gigantesco per essere il numero due.»

Essere il numero due, ma soprattutto non essere mai il numero uno: questo è il pensiero intorno al quale ruota la vicenda di Mattias, il protagonista di Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? di Johan Harstad (Iperborea, 2005).

Siamo in Norvegia e alle isole Fær Øer, a cavallo dell’anno Duemila. Mattias ha trent’anni e ha un dono: quando canta tuttə ammutoliscono e non possono fare a meno di ascoltarlo. Ma lui si esibisce solo in casi straordinari, spinto da motivi più forti della scelta di non mettersi mai in mostra. E noi vorremmo essere lì in quei momenti, vorremo che le pagine potessero regalarci i suoni, oltre al racconto dell’effetto che fanno. Avremmo bisogno di verificare con i nostri sensi se quello che leggiamo è vero e magari provare la stessa frustrante delusione dell’amico musicista di Mattias, che lo vorrebbe come vocalist nella propria band. Perché è difficile accettare che un talento rimanga nascosto, ma ancora di più che chi lo possiede non senta il bisogno di farne il centro della propria esistenza. Ed è difficile perché sentiamo di aver bisogno di essere vistə per esistere. Più persone ci vedono, più esistiamo.

Mattias invece fa il giardiniere e a dieci anni aveva già deciso di scomparire nella folla, di essere il numero due, di non essere visibile. Sta con una ragazza, la ama, ma non esce mai dalla propria idea di esistenza e, a differenza delle sue piante, non annaffia la relazione. “La persona che ami è fatta per il 72,8% d’acqua e non piove da settimane” ci dice nell’incipit. Ma senz’acqua tutto inaridisce.

Harstad ci offre, con una prima persona coinvolgente che a volte sconfina nel “tu” come a voler portare il lettore dalla propria parte, un protagonista che amiamo da subito ma che non riusciamo a comprendere fino in fondo. Mattias non vuole lasciare tracce visibili a tutti, dice di non avere bisogno “dell’impronta delle mani nel cemento”, di non sentire la necessità di essere visto. Se vivesse oggi la sua adolescenza, forse non sarebbe iscritto a nessun social, sarebbe l’amico che non risponde ai messaggi, l’unico assente nella chat di classe. E avrebbe bisogno di molto coraggio, ai nostri giorni, per non omologarsi, per non cedere alla tentazione di raccontarsi attraverso immagini uguali a quelle di tutti gli altri, di postare fotografie di spalle a guardare l’infinito durante la golden hour. Aderire a un codice non scritto per auto-includersi nel gruppo e scongiurare la paura di essere solə: per non essere emarginatə si soffocano le peculiarità, quelle che fanno additare come “stranə”. Quando la sorte ha riservato abbastanza fortuna e abilità si può puntare a essere Neil Armstrong, altrimenti va bene essere una voce nel coro. Nessuno, però, sceglierebbe di essere Buzz Aldrin, nessunə vuole il marchio dellə secondə, quellə che ci ha provato e non ce l’ha fatta. Mattias invece sostiene che si può essere come Buzz, ed è questo che lui vuole.

«La persona che ami è fatta per il 72,8% d’acqua e non piove da settimane.»

Quando si ritrova alle isole Fær Øer, in un gruppo di persone che come e più di lui non si sono allineate alla vita, inizia a tessere piccoli intrecci con i suoi nuovi compagni e senza rendersene conto diventa qualcuno, in mezzo a quella manciata di persone incasinate e problematiche che però non gli chiedono di essere chi non è.

E piano piano scopriamo, mentre lo stesso Mattias lo impara, che il suo in fondo non è un sottrarsi, ma è la ricerca di una nicchia nel terreno verde di un’isola in cui mettere radici, dove poter attingere acqua o essere annaffiati. È una terza opzione oltre quella di essere il primo, il vincitore del talent, e il nascondersi nella folla vestendo gli stessi abiti che indossano tutti. È scegliere di cantare solo quando il dolore è troppo forte per essere trattenuto e andare a piantare alberi dove la natura ha deciso che non dovrebbero crescere. È la delicatezza di una vita concentrata sui dettagli, una vita in cui si ha ben chiaro cosa non si vuole essere. Una consapevolezza che è difficile avere così netta fin da bambini, ed “è solo nella finzione, nei film e nei romanzi, che si può stabilire l’istante esatto del cambiamento” mentre nella realtà “la scelta arriva strisciando”. Questo tipo di scelta, quella che traccia i confini entro i quali Mattias si muove, quella che lo allontana consapevolmente dagli altri per un marchio di originalità – o stranezza – che rischia di diventare indelebile, può apparire una limitazione forte alle tante possibilità della vita. Mentre leggiamo, siamo portatə a pensare che non sia realistico non solo lo stabilire con esattezza quando una decisione del genere viene presa, ma addirittura il prenderla, ci sentiamo superiori, in qualche modo, alla visione ristretta di Mattias. Eppure la rigida consapevolezza del protagonista potrebbe essere meno artificiosa della convinzione di essere liberi che hanno coloro che, per scongiurare la solitudine, si rinchiudono in gabbie tappezzate di foto di piatti ricercati con il tag del ristorante esotico sotto casa.

Un cuore gigantesco non è necessario solo per essere il numero due, serve anche per essere se stessə e scegliere di annaffiare con cura la propria unicità.

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