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Reagire alla febbre del corpo e dell’anima

Febbre di Jonathan Bazzi è il libro da leggere nella giornata mondiale per la lotta all'AIDS

febbre di jonathan bazzi

Un giorno a Jonathan viene la febbre e non va più via. Passano le settimane, visite, analisi e false piste, poi finalmente la diagnosi: è HIV. Jonathan è sollevato, con l’HIV si può vivere, non sono più gli anni Ottanta. Ma che cosa vuol dire veramente vivere con l’HIV?

Nel caso di Jonathan Bazzi vuol dire affrontare una lunga convalescenza che impegna non solo il suo corpo, ma anche e soprattutto la sua anima. Una malattia si è appoggiata sulle fragilità della sua persona, su questioni lontane che tornano alla luce, su un’infanzia solitaria, umile, su genitori che cercano disperatamente di lasciarsi alle spalle l’un l’altro – e nel mezzo c’è lui, Jonathan.

Febbre di Jonathan Bazzi è il romanzo d’esordio di un giovane scrittore. Fin dalle primissime righe, è il racconto di una storia vera, contemporanea, per certi aspetti comune, come vuole l’immaginario della vita nei quartieri popolari della periferia milanese. Siamo a Rozzano, un sobborgo abitato quasi interamente da immigrati del sud, degradato, malavitoso, un posto da cui Jonathan, ragazzino creativo e portato per lo studio, non vede l’ora di scappare. Anche nella sua famiglia sembra esserci lo stesso clima che si respira nei palazzi rozzanesi. C’è violenza in casa, povertà, ossessioni. C’è qualcosa che va ad annidarsi dentro di lui e sarà il terreno fertile, subito dopo la diagnosi, per la deflagrazione della sua ansia.

In fondo la febbre, l’immanenza di questo corpo che non si riesce a controllare, è solo l’ultima goccia, il gradino finale di una discesa che è cominciata il giorno stesso della sua nascita. La febbre è il pavimento di un pozzo dal quale si può uscire solo se qualcuno è disposto a gettare una fune. Gli altri, difettosi e giudicanti, quegli stessi altri da cui Jonathan si è sempre orgogliosamente distinto, all’improvviso sono essenziali: non ci si salva da soli. Accorrono i medici dell’ospedale, il suo compagno Marius e la mamma Tina. Sono loro a intuire che il corpo e la mente di Jonathan si muovono allo stesso passo, che la malattia più grave non è l’HIV ma l’affievolirsi della fiducia in un futuro, quando la sua immaginazione è galvanizzata dal pensiero della morte.

giornata mondiale per la lotta all'aids

Il primo dicembre, nella giornata mondiale per la lotta all’AIDS, un libro come Febbre serve a ricordarci che l’HIV non è un problema relegato ai decenni passati. La Lega Italiana per la Lotta all’AIDS (LILA) registra da qualche anno un aumento delle malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto a causa di una scarsa educazione. Indipendentemente dall’orientamento sessuale, la prevenzione è una responsabilità civica di ognuno, e Febbre va a parlare proprio a quei giovani che di prevenzione e salute non si preoccupano ancora.

In fondo, è un libro sull’accettare i limiti del corpo, anche quando la mente ci dice che potremmo essere qualsiasi cosa, quando siamo giovani e abbiamo voglia di vivere a qualsiasi costo. È un libro sulla presunzione, sul rapporto tra sé e gli altri, quello tra movimento e stasi, e quello tra corpo e mente.

Ma è anche un libro scritto col rancore, quella la rabbia che, nonostante tutto, è ancora presente in Jonathan Bazzi, il giudizio verso la sua famiglia e le sue radici, verso Rozzano, verso i compagni di scuola, il rimprovero, l’odio degli altri e l’odio verso se stessi. È come se l’HIV non avesse nulla a che fare con l’amore, ma nascesse invece da un odio senza bersagli definiti. Chi è l’uomo che lo ha infettato, Jonathan neanche lo sa, neanche gli interessa. È la vittima di sé stesso, perché l’HIV quando ce l’hai non è un virus ma la forma fisica che assume l’insofferenza nella vita di una persona.

La storia di Febbre, sebbene forse raccontata troppo presto, ha un grande valore. Scriverla ha significato prendere in mano i fatti e usarli per squarciare un silenzio che opprime gran parte delle persone sieropositive, opporsi allo stigma e al senso di vergogna. A testimoniarlo è il racconto di tutto ciò che va dalla diagnosi alla “guarigione”, e tuttavia questa storia deve fare spazio a quella di un ragazzino che, anche ad anni di distanza, non è ancora riuscito a lasciarsi Rozzano alle spalle, che non perde l’occasione per mettere l’accento sulle mancanze degli altri, perché in fondo sa che sono anche le sue.