l' unica storia di Julian Barnes

Abbiamo quasi tutti un’unica storia da raccontare e parla d’amore

Ecco L’unica storia di Julian Barnes, che a ben guardare non è la sua

Abbiamo quasi tutti un’unica storia da raccontare. Non voglio dire che nella vita ci capiti una cosa sola; al contrario, gli avvenimenti sono tantissimi, e noi li trasformiamo in altrettante storie. Ma ce n’è una sola che conta, una sola da raccontante, alla fine. E questa è la mia.

Che si tratti Potrebbe essere un ammiccamento al lettore, un fatto universalmente noto che però a qualcuno era sfuggito, o ancora di un riferimento a Elizabeth Strout che a sua volta potrebbe aver preso ispirazione da qualcun altro. Sembra proprio una dichiarazione d’intenti un po’ provocatoria, giusto? Sbagliato. Perché in realtà è un espediente narrativo. La storia raccontata nel romanzo L’unica storia di Julian Barnes (Einaudi, 2018) non è la storia di Julian Barnes. Questo inizio, semmai, assume alla fine del libro significato se non proprio letterale, comunque il meno figurato possibile. E allora, ecco la storia.

Un ragazzo – si chiama Paul, ma noi lo sappiamo dopo, per un po’ Julian Barnes ci lascia credere che possa chiamarsi Julian – torna dall’università per le vacanze estive. Dietro consiglio dei suoi genitori si iscrive a un esclusivo circolo di tennis, e lì conosce una donna, Susan. Non una ragazza: una donna adulta, anche piuttosto matura, sposata, con due figlie pressappoco dell’età di Paul. I due iniziano una relazione a metà tra la luce e l’ombra, in quello spazio di libertà, ci dice Barnes, concesso loro da un rifiuto tutto inglese di parlare chiaramente delle questioni scomode. Insomma, all’apparenza c’è molta ambiguità, ma la realtà è che i due sono innamorati, passano molto tempo insieme, parlano, fanno sesso. Insomma, sono una coppia piuttosto comune.

Fino a un certo punto possiamo quindi credere che Paul sia lo stesso Barnes, e che la storia che sta raccontando non solo sia una storia vera, ma sia anche l’unica storia veramente importante della sua vita (che è abbastanza peculiare per uno che di professione fa il romanziere). Quando però il meccanismo del falso memoir si svela, ammazzando un pochino ma non troppo il coinvolgimento del lettore, quello che rimane è un mucchio continuamente rimpolpato di situazioni in rapido precipitare. I due stanno insieme per più di dieci anni, durante i quali sperimentano la convivenza, la malattia, l’indissolubilità del passato. L’ex marito di lei, infatti, è un uomo violento, che non esista a picchiarla, tollera Paul in qualche modo, ma non può staccarsi definitivamente dalla moglie così come lei pare che non riesca a lasciarselo indietro una volta per tutte. Così, a un certo punto, inizia a bere.

Tutto questo è raccontato retrospettivamente da un uomo anziano, che ha una cura dei particolari e un’eleganza assai insolite. Ma in fondo, questa è la intensissima e complicata storia d’amore che ha segnato la sua vita, ha abitato la sua mente come un fantasma, una onnipresente e tanto cara vecchia pazza chiusa in soffitta. È naturale che la conosca bene e che la racconti con ardore, anche se è un inglese e qualche volta si sforza di essere distaccato.

È una storia che parla dell’essere giovani, degli abbagli dell’amore, della grandezza dell’amore, dell’illusione che amore e salvezza coincidano. Ma questo è un amore possessivo, totalizzante ma privato, così come sarà la malattia di Susan. Proprio quell’amore, come nella migliore tradizione da Romeo e Giulietta in poi, che la famiglia, la società, la Storia non approveranno. E se invecchiare significa avvicinarsi non dico al punto di vista dei propri genitori, ma magari a quello della società, allora l’anziano Paul, nel raccontare questo amore, accetta di contraddirsi. Il suo giudizio di adulto faccia a faccia con sua passione di ragazzo, e a volte sembra che solo la nostalgia gli impedisca di odiare l’amore.

Questo anziano narratore è pieno di oscurità. Addirittura racconta la sua (unica) storia servendosi di tre persone diverse, in quest’ordine: un io, un tu, e un lui. Le intreccia naturalmente e senza intoppi, dando la percezione che questa storia sia sostanzialmente indifferente e immortale, che non sia solo la sua storia, ma la storia di tutti. Come dice all’inizio: abbiamo quasi tutti un’unica storia da raccontare. E allora forse sì, c’è anche Barnes in questa storia, infilato tra le righe come un maestro di dissimulazione. Un narratore cacciato dentro a un prisma che vale da solo tanto quanto gli altri tre personaggi rilevanti (Susan, il suo ex marito, e la loro amica Joan), forse perché ha attraversato in compagnia di questa storia tutte le epoche della sua vita, e il tempo cambia le persone fin nella sostanza.

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