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Le scarpe dei morti non si buttano

Il racconto di lutto che dura un anno: L'anno del pensiero magico di Joan Didion

Copertina- L'anno del pensiero magico

La sera del 30 dicembre 2003 lo scrittore John Gregory Dunne morì. Fu una strana morte: un attacco cardiaco mentre si trovava nella sua casa, davanti al tavolo apparecchiato per la cena, in compagnia della moglie, anche lei scrittrice: Joan Didion. In quegli stessi giorni la figlia era ricoverata in ospedale per l’aggravassi di una polmonite, era incosciente, tra la vita e la morte. Per questo, il giorno successivo alla cremazione del marito, Joan Didion tornò a casa, nella loro casa, sola. Da quel preciso momento ebbe inizio l’anno del pensiero magico.

L’anno del pensiero magico (Il Saggiatore, 2006), vincitore del National Book Award per la saggistica nel 2005, è un libro vero. È evidente fin da subito: procede a un ritmo interiore, tutt’altro che lineare. Il pensiero della narratrice, magico appunto, segue una logica che non è quella causale, ma quella della necessità, della psiche, del senso di vuoto. È frammentato, connesso, a tratti ossessivo, basta una frase a farci tornare a un punto completamente diverso della sua vita, far materializzare nella coscienza il sapore di un ricordo, è incontenibile.

Joan Didion e John Gregory Dunne erano sposati da quasi quarant’anni, ed erano sempre stati una coppia straordinariamente unita. Per via del lavoro, condividevano più vita di qualsiasi altra coppia, su un sostrato di fiducia incrollabile e accettazione, anche quando non si tratta di una vera comprensione.

«Devi avere sempre ragione?, ricordai che John diceva.
Era una lamentela, un’accusa, parte di una contesa.
Non aveva mai capito che dentro di me non avevo mai ragione.»

Ma l’amore e il rispetto non sono sufficienti a cambiare i fatti quando, la notte del 30 dicembre, non c’è più spazio per le speranze di Joan né per il lavoro dei rianimatori. A questa morte improvvisa, ma forse invece annunciata, sopraggiunge una sorta di negazione profonda e difficile da portare a galla – il rifiuto di buttare tutte le scarpe di John perché quando fosse tornato, gli sarebbero servite le scarpe. Questo è il pensiero magico che affoga il processo di guarigione. E ancora:

«Per esempio, non avrei provato, quando seppi che Julia Child era morta, un sollievo così grande, la sensazione così accentuata che quella era finalmente una cosa sistemata: John e Julia Child potevano cenare insieme (questo era stato il mio primo pensiero), lei sapeva cucinare, lui poteva chiedere dell’OSS, sarebbero stati bene insieme, si sarebbero piaciuti.»

Eccolo, l’affollarsi di pensieri e immagini che hanno un valore di convinzioni, nonostante la consapevolezza della loro inverosimiglianza. E ancora il riconoscimento, a cose fatte, di tutta una serie di premonizioni, il senso di colpa per averle ignorate. C’è l’impossibilità di comunicare agli altri queste sensazioni e insieme la strenua ricerca di una vita dopo – o forse una vita senza. C’è il feticismo della memoria che forse è un po’ un tratto caratteristico degli scrittori, ed è il filo rosso che collega la sera 30 dicembre 2003 al mattino del 31 dicembre 2004, esattamente un anno dopo.

«Per tutto l’anno ho misurato il tempo con l’agenda dell’anno scorso: cosa facevamo in questo giorno l’anno scorso, dove eravamo andati a cena, è il giorno in cui siamo volati a Honolulu dopo le nozze di Quintana?, è il giorno in cui siamo tornati da Parigi?, è quel giorno lì? Oggi mi sono accorta per la prima volta che il mio ricordo di questo giorno un anno fa è un ricordo che non riguarda John. Questo giorno un anno fa era il 31 dicembre 2003. John non vide questo giorno un anno fa. John era morto.»

Così si chiude L’anno del pensiero magico. Sembra tutto finito, per Joan Didion di certo lo è. Fino alla morte della figlia Quintana, nel 2005. Allora scriverà Blue nights perché, come disse lei:

«Era solo sognando o scrivendo che potevo scoprire quello che pensavo?»

Citazioni da L’anno del pensiero magico di Joan Didion (Il Saggiatore, 2006). Immagine di copertina del New Yorker, foto di Julian Wasser.