non siamo

bookblogger

non siamo

bookblogger

Non siamo bookbogger logo

Nessunə è tenutə a rimanere la persona che è natə

Un viaggio attraverso Le transizioni di Pajtim Statovci per scoprire che possiamo essere molto di più

Le transizioni di Pajtim Statovci_timeline

Chi ha detto che scegliere qualcosa è rinunciare al resto?

«Posso scegliere cosa sono, posse scegliere il mio sesso, la mia nazionalità e il mio nome, il luogo di nascita, semplicemente aprendo la bocca. Nessuno è tenuto a rimanere la persona che è nata, possiamo ricomporci come un nuovo puzzle.»

È questo che fa Bujar. E lo fa continuamente.

Bujar l'albanese

Bujar ha ventidue anni, è natə a Tirana e ha vissuto i primi anni della sua vita in una miseria quotidiana e complicata. Nel 1991 Bujar e il suo migliore amico Agim decidono di prendere in mano le loro vite, lasciano quel che resta delle loro famiglie per andare incontro a un futuro migliore. L’Europa, che dapprima sembra un luogo di ricchezza e meraviglie, nutre però un profondo disprezzo per l’Albania e per i suoi abitanti. È un disprezzo animale, una superiorità che Bujar, figliə di un antico orgoglio albanese, all’inizio non comprende. Eppure… eppure qualcosa nel suo paese d’origine è andato storto, Bujar lo vede con i suoi occhi: gli albanesi, tanto quelli che emigrano quanto quelli che restano, non sono più gli antichi eroi e conquistatori dei racconti di suo padre. Adesso sono gente misera, sono approfittatori e bugiardi. Dopo la morte di suo padre, il grande sangue albanese che Bujar sentiva scorrere dentro di sé si è rivelato essere solo una storia.

«E mi resi conto che mio padre era un bugiardo, al pari di tutti quelli che raccontano storie, e nelle sue storie in primo piano c’era sempre l’assenza di dio, e una megalomania data dalla paura di morire, a sua volta alimentata dal sentimento umano più profondo, il desiderio di essere immortali.»

Essere è andare senza meta e senza dio

Quando finalmente Bujar arriva in Europa, per prima cosa brucia le navi in porto, abbandona ogni legame con il passato, perfino i ricordi. Si stabilisce in Italia, dove sogna di studiare all’università. Ma le cose non vanno come spera, il massimo che questo nuovo mondo ha da offrire a quelli come ləi è un lavoro manuale. Allora Berlino, Madrid, New York, Helsinki – dove è di volta in volta uno studente italiano, una ragazza spagnola o una giovane in fuga dalla guerra in Bosnia. Non fa altro che riraccontare sé stessə, prendere in prestito le vite degli altri e farle proprie, diventare protagonista delle loro storie. E allora se non può essere unə studente/ssa, può sempre fingere.

Bujar può fare tutto ciò che vuole, può essere chiunque desideri essere. Agli occhi degli altri la sua apparenza e ciò che racconta di sé sono le uniche cose importanti. Può realizzare i propri sogni, amare e fuggire, può imparare da tuttə, entrare nelle loro vite e nei loro abiti. Può partecipare a un talent show nelle vesti di una ragazza transessuale cantando una vecchia canzone che glə ricorda un tempo in cui glə era sembrato che lə ragazzə albanesi pregassero, mentre non facevano altro che cantare l’assenza di dio e la paura di morire.

In equilibrio fra le transizioni

Edito da Sellerio nel 2020, Le transizioni di Pajtim Statovci è il secondo romanzo del giovane autore finlandese, finora poco noto qui in Italia. È un romanzo che tocca tantissimi temi, a partire fin dal titolo: Le transizioni (tradotto dall’inglese Crossing, non dall’originale finlandese Tiranan Sydän, che vuol dire “Il cuore di Tirana”). Ma il termine “transizioni” in italiano ha una connotazione ben diversa, che ricomprende sicuramente le peregrinazioni geografiche dellə nostrə protagonista, ma anche quelle identitarie, soprattutto legate al sesso. Di transizione in questi termini il romanzo parla fin dall’inizio.

«Così mi rimetto in cammino, mi sistemo la mia polo attillata, mi aggiusto il reggiseno imbottito e tiro su i pantaloncini di jeans che mi arrivano a metà coscia. Guardo le donne alte e snelle che camminano in coppia, che indossano con orgoglio i loro vestitini estivi, e provo invidia. Le invidio per i nomi che portano, Giulia o Clara o Laura, per quel loro incedere sui tacchi alti, per il tono di voce e il modo in cui parlano, come se non avessero la benché minima preoccupazione, invidio la capacità di dare figli ai loro uomini, presenti o futuri – cose che non portò mai premettermi, nemmeno con tutti gli sforzi del mondo e la voglia di sacrificare tutto per averle. Posso soltanto crearmi una fotocopia della loro vita, una immagine in cui paragonarmi a loro e sembrare uguale, ma in realtà non lo sono, è una menzogna che va creata dal nulla.»

C’è di mezzo una traduzione che rende un po’ più difficoltoso interpretare le parole di Bujar (in italiano parla di sé al maschile, ma in finlandese il genere non influisce sui pronomi, perciò la sensazione è di leggere un libro diverso da quello che è stato scritto dall’autore). Ad ogni modo, quello che traspare è proprio la sensazione di essere senza meta o di viaggiare per una meta irraggiungibile, ma di ostinarsi a viaggiare lo stesso e disperatamente. In fondo Bujar non sa per quanto tempo potrà andare avanti a spostarsi e cambiare, non sa se tutto questo è sostenibile, non sa (e non si chiede) se è giusto.

La transizione per Bujar è uno stato permanente della vita ed è quello che rende la sua vita vivibile: non desidera arrivare, ma neanche tornare indietro, a quell’idea dell’eroe albanese; non desidera fermarsi ma abbraccia il movimento, il cambiamento, la transizione infinita. In un certo senso, Bujar ha scelto di abbracciare tutto il suo essere, è sterminatə eppure condannatə, come quando impari ad andare in bicicletta e scopri che per non cadere devi continuare a correre.

Citazioni da Le transizioni di Pajtim Statovci (Sellerio, 2020).