Un crimine o una preghiera

Chi è L’Avversario di Emmanuel Carrère

Questa è la storia di due uomini. O meglio, è la storia di un uomo che indaga nelle identità dell’altro alla ricerca di (o forse in fuga da) un punto di contatto. È la storia parallela di Emmanuel Carrère, scrittore di fama internazionale, e di Jean-Claude Romand, che nel 1993 uccise la moglie Florence, i due figli e gli anziani genitori e appiccò il fuoco in casa rischiando la vita lui stesso.

La mattina del sabato 9 gennaio 1993, mentre Jean-Calude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia.

Emmanuel Carrère, L’Avversario

A lungo stretto in un universo di menzogne che si è eretto intorno, Romand ha raggiunto il limite. In un momento che non si riesce a identificare come un raptus o come il culmine di un piano discreto e calcolato, ha compiuto una strage destinata a rimanere nelle cronache francesi.

Durante il processo, Carrère si trova in platea con la stampa, a pochi metri da un Romand lucido alla sbarra, eppure fragile. È allora che iniziano ad emergere le profondissime contraddizioni di un uomo (Romand) diviso tra un sincero amore per la famiglia che ha sterminato, una fede sempre più radicata, e una vita fatta di menzogne fino alle sue fondamenta. E allo stesso tempo emergono le contraddizioni di un altro uomo (Carrère), che lotta tra l’attrazione e la repulsione per l’omicida, tra la scettica ragione che lo spinge a non credere a una sola parola di Romand, e una immotivata empatia che somiglia a sua volta a una fede.

Il libro del dolore

Questa è una storia che a Carrère è costata sette anni di depressione, e a Romand ventisei anni di carcere, al termine dei quali, nella primavera del 2019, ha ottenuto la libertà vigilata.

l Avversario di Emmanuel Carrère

Nel frattempo L’Avversario, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2000, è stato riconosciuto come uno dei libri migliori, se non il migliore, dell’autore francese. Parlo di “libro” perché in effetti dire “romanzo” sarebbe fuori luogo. La verità è che niente ne L’Avversario suggerisce che si tratti di fiction, non di certo la storia, ma neanche il modo in cui è raccontata, che è piuttosto una cronaca. Ma soprattutto reale è la persona che dice “io”, quello stesso Emmanuel Carrère che nel finale sente il bisogno di giustificarsi con il lettore. Lo sa che il suo libro non si regge in piedi, che salta da un punto di vista all’altro e li abbandona all’improvviso, che esagera il proprio coinvolgimento e che specula sui fatti, che accoglie e condivide le opinioni di tutti e non è più capace di districarsi tra quello che il buon senso gli dice e quello che lui vuole credere. Cerca di giustificare la forma del suo libro ma non riesce davvero a farlo – e forse non importa, perché era un pretesto per giustificare la stessa scelta di scrivere questo libro.

L’unica cosa che emerge chiaramente è il dolore. La fatica che gli è costato scrivere L’Avversario, il tentativo disperato di dare un senso (non fosse altro che una coerenza narrativa) a una storia che sfugge alla sua comprensione e alla nostra, e che per qualche ragione risuona dentro di lui come se lo stesso Romand avesse affrontato sette anni di depressione, e Carrère avesse scontato ventisei anni di carcere. E adesso che Romand è uscito, non posso fare a meno di chiedermi se lo è anche Carrère.

Ho pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine o una preghiera.

Emmanuel Carrère, L’Avversario

Questa non è una recensione.

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