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Piazza Fontana cinquant’anni dopo

Raccontata nel romanzo Nero ananas di Valerio Aiolli

Libro Nero ananas di Valerio Aiolli edito Voland 2019

Poche settimane fa è ricorso l’anniversario dei cinquant’anni dalla strage di Piazza Fontana. È un evento ancora molto saldo nella memoria dei milanesi, sia di quelli che l’hanno visto che di quelli che non c’erano. Per questo, per entrare nei meccanismi del passato, ho deciso di leggere un romanzo che ha qualcosa da aggiungere alle molte ricostruzioni, più o meno attinenti ai fatti, che sono state fatte della politica degli anni di piombo.

Nero ananas di Valerio Aiolli (Voland 2019) è un romanzo corale che brulica di personaggi piccoli piccoli (sotto molti punti di vista), e ogni tanto lascia spazio per un nome grande, storico, uno di quelli che conoscono tutti – accortamente malcelato da un soprannome o da un nome di battaglia. È un romanzo che fa vivere un’umanità inaspettata, la crea e poi la segue facendo grandi balzi nello spazio e nel tempo, entrando nelle sue vicende attraverso un susseguirsi di soggettive, alcuni “lui”, un “io”, e perfino un “tu”.

Breve excursus di un'Italia scissa e di un potere dalle fitte trame

Dunque, visto che Nero ananas è un romanzo che si regge in larga parte sui suoi personaggi, tanto vale fare qualche esempio. Fra le pagine è racchiuso un bambino la cui sorella decide di scomparire, abbandonare la famiglia e la casa dei genitori, per unirsi a un gruppo anarchico. Abbiamo un judoka fascista – e dico fascista per sua stessa ammissione. Abbiamo un Presidente del Consiglio, i servizi segreti del CID e anche quelli stranieri, abbiamo un medico ambiguo e un manipolo di giovani veneti che ascoltano vecchi inni del terzo Reich.

Tutti questi personaggi, ognuno a suo modo, stanno facendo i conti con il “botto” di Piazza Fontana, con le conseguenze che ha sulle loro vite, o che non ha avuto – e soprattutto con quelle che presto avrà. Infatti il “botto” non è l’inizio di questa storia. Aiolli ci mostra come la cosiddetta strategia della tensione sia una trama che ha avuto inizio molto prima e che solo molto dopo, cinquant’anni dopo, è stato possibile mettere in luce. Piazza Fontana, nodo sanguinoso e ancora carico di significato, si inserisce in un contesto preciso, in una narrazione organica.

E allora Nero ananas ci mostra un’Italia scissa: ci sono giovani idealismi di ogni colore politico, che a ben guardare sono già vecchi (come dimostrano gli inni del Reich), ma scaturiscono da un profondo e genuino bisogno di appartenenza. Ci sono poi gli opportunismi, un potere che strumentalizza la verità dei sentimenti dei giovani per far rivivere un sistema ormai morto. Questo potere si aggrappa a una certa idea del passato, tanto da far credere ai giovani che il loro futuro dovrà piegarsi a categorie che vengono dal passato dei loro padri e dei loro nonni. È difficile non notare le assonanze con la contemporaneità.

Piazza-Fontana

Fascismo libera tutti

Nero ananas è stato accolto con discreto successo di critica ed è stato nominato nella dozzina del premio Strega 2019, premio che, mi sembra rilevante, è stato assegnato a un libro che parla precisamente dell’instaurazione al governo del Partito nazionale fascista nell’Italia degli anni Venti. Tutto questo affollamento di romanzi sul tema del regime fascista e poi degli anni di piombo è certamente un sintomo dell’epidemia di romanzo storico che negli ultimi anni ha contraddistinto della letteratura italiana. Ma c’è anche qualcos’altro, e per provare a spiegarlo prenderò a prestito alcune considerazioni proprio di Antonio Scurati.

L’idea dell’autore di M. Il figlio del secolo e M. L’uomo della provvidenza è che romanzi di questo tipo, che trattano il fascismo come fenomeno non solo storico ma anche sociologico e, più in profondità, a un livello di coscienza individuale, possano essere scritti adesso per la prima volta, nel 2019. La ragione è quella che Scurati chiama “fine della pregiudiziale antifascista” che per molti anni ha abitato il nostro sistema politico e culturale. Finora è sempre esistito un tabù attorno al fascismo e alla violenza politica in generale, un tabù che lo escludeva dal discorso pubblico e dalla riflessione critica sulle cause umane del regime. Oggi quel tabù è venuto meno. Oggi, nella finzione narrativa di un romanzo come Nero ananas (che pure sappiamo essere finzione fino a un certo punto) è perfettamente lecito che un personaggio ci dica: “Io sono fascista”. È quindi anche lecito che il fascismo, la stessa parola “fascismo”, rientri nella riflessione democratica da cui per anni è stato escluso.

Non voglio speculare sulle cause e sugli effetti di questa fine, ma tenere a mente questa teoria può essere utile mentre affrontiamo il presente.

 

Vi lascio con qualche consiglio, selezionato in mezzo a tutta quella fioritura di romanzi e film usciti nell’ultimo decennio circa, che a diverso titolo trattano di terrorismo, anni di piombo e strategia della tensione.

to-read list

Il tempo materiale di Giorgio Vasta

Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana

Città sommersa di Marta Barone
(di cui ho parlato qui)

Film: 
Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, 2012.

Fotografia della banca nazionale dell’agricoltura, 12 dicembre 1969 (Archivio Rcs).