Reportage da un Natale in libreria

Libreria Feltrinelli, fotogramma dal film Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana (2012)

Come qualcuno già sa, questo Natale mi sono data da fare. La doverosa premessa è che io sono in Grinch, e che ogni anno farei qualsiasi cosa pur di addormentarmi il 21 dicembre e svegliarmi il primo dell’anno. Quest’anno ho trovato un’occupazione che mi ha tenuta impegnata nel oscuro delle feste, quello più succosamente economico, fregandomene del siamo tutti più buoni. Prima di Natale ho lavorato come cassiera in una libreria molto grande e molto centrale di Torino – che non sembra granché come lavoro, ma in realtà la mia umile mansione mi ha premesso di sbirciare sistematicamente nei pacchi regalo delle persone. Da qui vengono alcune considerazioni generali di dieci giorni in libreria, forse sono interessanti o forse no, vale la pena tentare.

  1. L’essere umano al nostro servizio
  2. Livello zero della pedagogia e del marketing
  3. Una carriera da suppellettili
  4. Abbiamo un problema con le aspettative

L’essere umano al nostro servizio

Prima e preliminare questione: per qualche motivo riconducibile alla fretta, allo stress o all’idea dei parenti molesti che ci aspettano, tendiamo spesso a dimenticare che quando abbiamo a che fare con gli altri abbiamo un faccia a faccia con persone e non con entità astratte, gruppi economici, categorie professionali, profili eccetera. È capitato qualche volta che un cliente mi si rivolgesse dandomi del “voi”, non la forma di cortesia, ma quella di chi si aspetta che io commesso risponda a nome mio e dei miei colleghi, della libreria, di tutta la catena e magari di tutto il mercato editoriale italiano anche… e io lavoravo lì da due giorni. Succede continuamente: da profani pensiamo che l’editoria e la distribuzione libraria siano un mondo omogeneo, che Amazon e l’edicolante sotto casa siano sostanzialmente due modi diversi di fare la stessa cosa.

Eccovi una grandissima banalità che può tornare utile quando si va a comprare i regali di Natale e non solo: il libraio è un essere umano. E così il povero volontario che incarta i regali, il cassiere (io), gli altri clienti in fila con i loro bambini e i loro nonni non tanto rapidi a contare le monetine.

C’è davvero bisogno di questo memorandum? Beh… sì. Emerge continuamente questa pretesa di trovarci a tu per tu con una schermata inerte perfettamente monotona e ridotta alle minime funzioni necessarie per servirci. Certo è un malinteso, ma non basta a giustificarlo. Mi è capitato decine di volte in libreria di interrompere i drammi e i dubbi di un cliente con un “buongiorno“, e sentirmi rispondere “ah sì, buongiorno”. Bene, gli avevo strappato un “buongiorno”, ma mi era poi veramente dovuto? Io penso di sì. Se vogliamo credere molto marxianamente che abbiamo smesso di essere umani per il semplice motivo che veniamo pagati per quello che facciamo, va bene anche così, possiamo trovare un accordo – ma una decina di giorni di lavoro in libreria bastano a farvi cambiare idea, credetemi.

Livello zero della pedagogia e del marketing

Come ho accennato sopra, una figura onnipresente in libreria sono i bambini. Accompagnati o da soli, in passeggino, in due, in tre, che corrono in giro, che non vogliono darmi il giocattolo che devo battere in cassa e non lo mollano neanche un secondo, con i genitori, con i nonni, bambini grandi e piccoli, neonati e maggiorenni (ma questo è un altro discorso) – sono ovunque. Ho venduto tonnellate di giocattoli e libri per bambini, con loro lì presenti o con solo la loro idea nella testa di un adulto, tonnellate!

Al che la domanda, agli adulti non ai bambini, sorge spontanea: perché comprate così tanti libri per i vostri bambini e così pochi per voi stessi? Ci sono molte altre cose più economiche e più gradite che si può regalare a un bambino per Natale, perché proprio un libro? Ho anche una possibile ma poco plausibile risposta a questa domanda: perché la lettura è importante.

E allora restiamo sulla linea delle banalità ma spostandoci in un campo in cui mi sento un po’ più a mio agio, la pubblicità. Se devo vendere un Cornetto monto su uno spot con un tizio bello e bravo e anche una tizia per sicurezza che mangiano insieme un Cornetto, sorridono e si dicono quanto è buono. Se devo vendere una macchina sportiva mostro un bel figo che guida in montagna fra gli sterrati e ci comunica quanto è soddisfatto dalle prestazioni della sua nuova auto. Se devo vendere la lettura a un bambino gli mostrerò… che cosa? I suoi genitori miti e idoli che passano le serate davanti alla televisione mentre gli regalano per Natale libri che non leggerà mai. Mi sembra giusto.

Perciò non sono un’esperta di infanzia ma forse non occorre esserlo… come vi aspettate che la lettura entri a far parte della vita dei vostri figli se non ha uno spazio nella vostra? Sì certo, la vita degli adulti è più complicata e frenetica… e allora così sia. Vi siete risposti da soli.

Una carriera da suppellettili

Come sapete sono una consultatrice patologica di dati, statistiche, classifiche e proiezioni, inclusi diagrammi e infografiche poco comprensibili. Quando voglio farmi del male per riprendere contatto col senso della vita e tornare a volare basso, vado a leggere il report dei dati istat sulla lettura in Italia. La faccio breve: nel 2018 i lettori sono stati il 40% circa della popolazione e per lettori si intende quelli che hanno letto almeno un libro in tutto l’anno 2018, inclusi testi scolastici, manuali di yoga, ricettari e le corna della De Lellis (che è uscito nel 2019 ma è chiaro il concetto).

Altra domanda banale ma del tutto ragionevole: a chi ho venduto io tutte le palate di libri che effettivamente in dieci giorni ho venduto? A quel 40% mi sembra un po’ strano perché, anche tenendo conto delle differenze regionali per cui è lecito che a Torino si siano venduti mediamente più libri che in altre città, il numero totale mi pare comunque veramente eccessivo (e lo ribadisco, le mie impressioni si basano su soli dieci giorni di lavoro). A riprova di questo c’è l’esperienza di nuovo: un numero impressionante di persone alla mia domanda se avessero o no la tessera fedeltà mi rispondevano che non lo sapevano o non se lo ricordavano, il che significa che non hanno comprato libri di recente. Ma magari li hanno comprati altrove. Di nuovo, possibile ma strano: o li hanno comprati online (e dai numeri risulta poco credibile), oppure è sospetto il fatto che da mesi non mettano piede in una delle due maggiori catene di distribuzione libraria d’Italia (Feltrinelli per intenderci). Eppure mi arrivano alla cassa con un centinaio di euro in libri da regalare. Benissimo, ma a chi?

C’è un gap abbastanza importante secondo la mia modesta opinione fra la fetta di lettori e la fetta più sostanziosa di quelli che a Natale hanno ricevuto in regalo almeno un libro (non ho il supporto dei dati su questo punto, perciò se qualcuno si prende la briga di contestare contesti pure, mi fa piacere discuterne). Quindi, quanti dei libri che ho venduto verranno effettivamente letti? E soprattutto, che ne è di tutti quelli che non vengono letti? che cosa ne fa la gente dei libri?

Con questo non voglio dire che comprare libri per non leggerli sia uno dei mali del mondo, anzi. Vendere libri, anche se sono brutti o se nessuno li leggerà, è comunque importante: garantisce agli editori la libertà e lo “spazio di manovra” economico per pubblicare autori meno noti, titoli meno popolari, generi poco venduti come la poesia e il teatro, e libri di valore ma sulle cui sorti editoriali c’è un’incertezza molto elevata. Da un punto di vista interno c’è solo da guadagnarci. Quello che invece mi chiedo da esterno, da cittadino ed essere sociale è: che senso ha regalare un libro a una persona che non legge? (peraltro mi si va a smontare qui tutta la trafila di quelli che non leggono perché i libri costano troppo, ma anche questo è un discorso a parte).

Ho sempre pensato che, una volta sdoganato lo status di lettore come parte dell’élite (i radical chic di Giacomo Papi), ci si sarebbe accaniti tranquillamente contro i libri e la lettura e i perdigiorno che vi si dedicano per andare a finire in un mondo come quello di Fahrenheit 451. Invece, da qualche parte nella nostra società, si annida ancora quel filo di ipocrisia per cui “è bene”, o meglio “è bello” regalare dei libri, e si riconosce il valore estetico e di status dell’oggetto-libro pur professando il nessunissimo valore della cultura in sé. Questa è la mia opinione, non sono riuscita a renderla meno acida.

Qualche settimana fa su Facebook ironizzavo a proposito di una ragazza che era venuta a chiedermi un’altra copia dello stesso libro perché la copia che lei stava portando alla cassa aveva un minuscolo graffio sulla superficie del retro di copertina. Mi domandavo che importanza potesse avere una imperfezione nella materialità del libro – ma tenente a mente che a chiederlo è una che ama andare in giro per bancarelle e mercatini a reperire i libri più strani e peggio conciati possibile… Ebbene sembra che al resto del mondo effettivamente importi. Un soggetto molto addentro al mondo dell’editoria proponeva qualche tempo fa una nuova lettura del successo di vendite di un tomo come M. Il figlio del secolo. Secondo lui il successo gli veniva prima e più che dal Premio Strega, dalla tendenza alla tesaurizzazione che gli italiani hanno nei confronti dei libri, molto favorita dal design di quel particolare libro. Ora, non so quanto prestare fede a questa lettura (di nuovo, considerate che arriva da uno che si potrebbe definire “della concorrenza”), e tuttavia in questo breve periodo a contatto con il cliente medio di una grande libreria sotto Natale, sono arrivata a prendere seriamente in considerazione questa ipotesi.

Avere un libro in libreria, o magari due, o dieci, è bello. Sono belle le librerie e le copertine dei libri, le coste colorate e la parvenza di design retrò delle file ordinate di volumi. Tutti i lettori (me compresa) vorrebbero una casa che assomiglia a una libreria da interrogare e fotografare, da mostrare agli amici e sentirsi dire: “mamma mia quanti libri hai! ma li hai letti tutti?“. Questo lo capisco perfettamente, chi meglio di me lo capisce. Ma qualche anno di lettura vorace mi ha insegnato che la vera soddisfazione non è sentirsi rivolgere la domanda, ma rispondere a cuor leggero: “quasi tutti”.

Abbiamo un problema con le aspettative

… ed è esattamente il problema opposto al solito.

Una delle specie che mi ha colpito di più durante il mio modesto day-job natalizio sono i diciottenni. Da qualche anno a questa parte l’annata dei diciottenni riceve dal Ministero dell’Istruzione un credito di cinquecento euro in formato digitale da poter spendere in cultura (che vuol dire musei, concerti, teatri ma anche libri e musica registrata). Si dà il caso che questo bonus scade con la fine dell’anno, e il resto del credito non utilizzato va perso, perciò mentre io sgobbavo con i vecchietti, i bambini e i pacchi di Natale, arrivavano stormi di diciottenni impazienti di dare fondo alle “loro” finanze comprando libri e dischi. Non sono un’economista e non so dire quanto questa trovata del bonus sia utile sensata o vantaggiosa, sono però una lettrice, e se non ho voce in capitolo sul quanto, di certo ce l’ho sul cosa. Non c’è moralismo in quello che sto per dire, io ritengo che la cultura sia un concetto veramente molto ampio. Però…

Passino i regali di Natale comprati col bonus18, che perlomeno fanno girare soldi. Passino pure i cd e i vinili che sono un vezzo né più né meno dei libri. Ma i libri brutti? passano anche quelli? Ebbene sì. Eccole qua, vi presento schiere di ragazze diciottenni che comprano centinaia di euro in libri di merda. Di nuovo, lo dico senza giudizio, ma solo con amarezza. Sto qui a vendere libri di nessun valore culturale etichettati malamente come “letteratura” (o “narrativa letteraria” come la chiama il nostro amico Amazon) – che portano via tempo alla vita, allo studio alla socialità e a qualsiasi altra cosa. L’ho detto: non è un male vendere libri brutti, ma perché proprio ai diciottenni? che stanno ancora imparando a capire la differenza tra un libro brutto e la letteratura vera, e se non la capiscono oggi compreranno libri sempre più brutti fino al livello in cui la merda sommergerà tutto (perdonatemi il disfattismo, so che è esagerato).

Mi rendo conto di quanto suoni impopolare, ma io credo che il vero problema dell’editoria italiana siano i lettori. E non solo i quanti lettori, ma anche il cosa leggono. A partire dai gusti dei lettori gli scrittori producono roba a ritmi accelerati, roba che aspira a vendere tanto cavalcando tendenze e andando incontro a gusti poco raffinati, roba che qualche volta non meriterebbe neanche di essere stampata, che per me è merda. I lettori devono pretendere di più, alzare drasticamente le loro aspettative su quello che un libro può dare.

Nel corso di una serata sul destino del romanzo mi è capitato di sentire un’opinione interessante, scomoda e assolutamente sensata. Ho sempre pensato che la distinzione tra romanzo letterario e romanzo d’intrattenimento fosse sacrosanta, che non vuol dire opposizione letteratura/narrativa di genere, perché credo che il cosiddetto genere possa essere letterario così come una poesia o un reportage. No, è una distinzione basata sugli scopi: alcuni libri si leggono per indagare la nostra l’umanità, altri per passare un tranquillo paio d’ore. A un certo punto, durante la serata, prese la parola Filippo La Porta, e come un intellettuale radicale iniziò a criticare la nobile narrativa d’intrattenimento. Avevo già cominciato a scandalizzarmi quando ho colto il cuore del discorso. Il punto, diceva, è che leggere cosa fatica e al giorno d’oggi ci sono là fuori nel mondo media molto meno faticosi che ci danno intrattenimento a ruota continua, migliore e più mirato come le serie tv e il cinema leggero. E allora che senso ha leggere? Leggere vuol dire fare una valutazione tra il costo e il beneficio: se un libro richiede molta energia deve anche dare molto sul piano del senso profondo. In poche parole, la narrativa d’intrattenimento è una truffa.

Se sono d’accordo o meno con La Porta non lo so, in linea di massima sì, ma non è importante. Non serve a niente applicare questo ragionamento a me che sono un lettore onnivoro e assolutamente bulimico, che ho l’energia il tempo e la voglia di leggere roba bella, roba brutta e anche merda. Il punto è: che cosa sarebbe l’editoria e che cosa sarebbe il mondo se il lettore medio, quello da 1-3 libri l’anno, condividesse questa idea? se pretendesse di essere ripagato dell’attenzione che dà al libro, in piacere e senso?

Sognare non costa niente. Ma mi interessa di più capire quanto costa svegliarmi da un sogno e iniziare a rincorrerlo.


Con questo sproloquio sconsiderato si apre la categoria dei longform, che come al solito non sono recensioni (mi pare evidente) e sono strettamente personali. Mi rendo conto in questo momento di non aver scattato neanche una fotografia dell’ambiente che ho descritto, spero che si possa farne a meno. L’unico obiettivo di queste 2500 parole è che sia valsa la pena di leggerle.

L’immagine di copertina è un fotogramma tratto dal film Romanzo di una strage (2012) di Marco Tullio Giordana.

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