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Macchine d’autore

Macchine come me di Ian McEwan ci dimostra che nella letteratura c'è spazio per i robot (e se non c'è, è il momento di farglielo)

Macchine come me di Ian McEwan edito Einaudi, 2018

Macchine come me (e umani come voi)

È questo il titolo completo dell’ultimo libro dell’autore britannico Ian McEwan, che dopo una carriera di romanzi turbanti e impegnati come Il giardino di cemento e L’amore fatale ha deciso di occuparsi di robot.

Macchine come me è la storia, che per certi versi potremmo definire steampunk, di un uomo che decide di acquistare uno dei primi prototipi di robot intelligenti messi sul mercato. Siamo nella Londra del 1982, un 1982 alternativo in cui alle proteste contro Margaret Tatcher si affianca una partita di dodici esemplari di umanoidi: gli Adam e le Eve.

E dunque, dopo un inizio procrastinato fino all’esasperazione, impariamo a conoscere il nostro Adam, in un ambiente tranquillo e accogliente come il salotto di casa nostra. Niente torri di cristallo e metropoli alla Blade Runner per Ian McEwan. Sono un affascinante automa collegato alla spina del salotto mentre noi socializziamo con la vicina di casa carina. Insomma a chi non è mai capitato di tirare fuori dalla scatola il cellulare nuovo e dover aspettare qualche ora mentre la batteria si caricava per la prima volta?

McEwan non è affatto nel mondo della fantascienza. Anche quando finalmente Adam sarà acceso e programmato, e potremo parlare con lui e scoprire che miracolo dell’intelletto ci siede davanti, anche allora sarà pressappoco come parlare con un bambino. Solo, un bambino non umano.

D’altronde, questa era una delle sfide di questo romanzo. Parlare di robot lasciandosi indietro tutte quelle formule mutuate dalla fantascienza del secolo scorso, che oggi tutt’al più ci fanno sorridere. Lasciarsi alle spalle lo stereotipo del robot così come lo abbiamo imparato dalla narrativa di genere e iniziare a vedere l’IA non più come un oggetto, ma come un personaggio. Quello che McEwan tenta, e riesce, è dare ad Adam la dignità un soggetto, che dialoga con l’essere umano alla pari e sperimenta un mondo costruito dall’umano secondo le sue regole e le sue concezioni. Un mondo che, infine, lo rifiuterà.

Come le macchine ci parlano del nostro essere umani

In fondo quella di Macchine come me non è poi tanto diversa da milioni di storie vere che hanno al centro donne, neri, omosessuali, i diversi, quelli con la cui esistenza la società non ha ancora fatto i conti. Tutto quello che Adam fa è guardare con gli occhi dell’alterità un mondo che a noi è consueto. Guardare e sforzarsi di rientrarvi (fit in, è un’espressione intraducibile). E nel farlo compie gli stessi gesti e prova le stesse emozioni con cui ci troviamo a fare i conti ogni giorno (la soddisfazione, la rabbia, la frustrazione, l’ambizione, la riconoscenza).

Oggi il potere delle macchine non è più quello di farci immaginare il futuro e le magnifiche sorti e progressive del tecnocapitalismo. Oggi il potere delle macchine è quello di dimostrarci fino a che punto possiamo empatizzare con un’altra soggettività, per quanto sia diversa da noi. In quanto ultimo elemento di confronto tra l’umano e l'”altro”, il robot arriva al limite di mettere in crisi la distinzione tra soggetto biologico e non biologico. Ha il potere di allargare la nostra concezione di soggetto al punto da comprendere non solo tutti gli esseri umani, ma anche tutti gli animali e le specie viventi (così come Donna Haraway auspicava il cyborg come possibile futuro della condizione femminile).

E allora forse è arrivato il momento di mettere da parte lo scetticismo e l’ortodossia neorealista e cominciare a prendere in considerazione i risvolti della macchina nella narrativa d’autore così come, ad esempio, l’ha usata Ian McEwan. Il personaggio-robot ha tutte le carte in regola per passare dalla sfera dell’intrattenimento a quella della letteratura, e diventare una figura importantissima nella creazione di un romanzo politicamente impegnato. 

Star wars robot